sabato 14 marzo 2015

Si Salvi(ni) chi può. La Lega vuole la Liguria, e non solo.



Salvini è convinto di poter vincere nelle regioni rosse. Difficilmente ce la farà. Ma può ottenere dei buoni risultati. Da partito generalista.



Se qualche anno fa Umberto Bossi avesse ipotizzato di vincere in una delle regioni italiane storicamente rosse, come la Toscana o l’Emilia Romagna, sarebbe stato preso a pesci in faccia da chiunque. Ma i tempi sono cambiati. E così oggi, a poche settimane di distanza dalle prossime regionali, Matteo Salvini è convinto di potersela giocare nelle regioni dove hanno sempre vinto i comunisti dei magistrati cattivi. “Se vinciamo in Liguria o in qualche altra regione di sinistra, qualcuno a Palazzo Chigi dovrebbe dimettersi dopo un quarto d’ora”. E non contento, Salvini critica anche la scelta della data. “È stata selezionata a ridosso di un ponte per far sì che il minor numero di persone possibile vada a votare. Chi l’ha decisa, ha paura. Ma sono convinto che i cittadini troveranno comunque un minuto per le sorti della propria terra”.
 Sull’astensionismo, forse, Salvini non ha tutti i torti. Del resto, non sembra che la questione sia particolarmente importante per il governo Renzi. Il primo ministro, dopo la “vittoria” dell’astensione alle regionali del 2014, aveva comunque esultato per il risultato del PD, parlando dell’astensionismo come di “una questione secondaria”.
 Certo è, invece, che in Toscana, in Umbria, in Liguria, difficilmente la Lega Nord può nutrire serie velleità di vittoria. Ciò non toglie, tuttavia, che essa possa ottenere delle buone percentuali. E, a mio modesto avviso, non mi meraviglierei se il Carroccio ottenesse qualche voto inaspettato anche in Puglia e in Campania. Qui, di certo, la bandiera della Padania non sventolerà in cima alla Basilica di San Nicola, o sulle torri di Castel dell’Ovo. Ma qualche sorpresa potrebbe comunque esserci.
 Del resto, se sono state aperti delle sedi del partito sulle innevate vette delle Murge a Mottola e nella Pianura Padana-Versione Sud a Tricase, e se alcune di queste sezioni sono attive addirittura dal lontano 2006, un motivo dev’esserci.
 E il motivo è il seguente. Salvini ha portato a compimento un processo di trasformazione del partito che era iniziato già sotto il Dio-Bossi. Nulla di male. È fisiologico che un partito cambi. La Lega, di nordista, di “padano”, ha ormai solamente il nome. La Lega di Salvini non è più quella di Bossi. Quella che vuole la secessione. Quella che vuole il federalismo fiscale così i terroni non rubano i soldi ai polentoni. Salvini ha il coraggio (o meglio, direi, la faccia tosta) di andare a fare comizi a Palermo e di chiedere scusa ai meridionali per le discriminazioni subite nel ventennio di esistenza del partito. La Lega di Salvini mantiene una facciata di nordismo, di territorialità. Ma si è trasformata in un classico partito generalista, come il Pd, o il Pdl, che vuole voti un po’ da tutte le parti dello Stivale.
 E a prova di ciò, quali sono attualmente i cavalli di battaglia della Lega? La lotta all’immigrazione clandestina (è una questione che riguarda solo il Nord? Ovviamente no); l’uscita dall’Eurozona (idem con patate); la lotta ai vari decreti svuota-carceri (e i carceri, se la memoria non mi inganna, esistono anche a sud di Roma ladrona). I problemi del Nord ricco e industriale, certo, permangono ancora nella discussione interna al partito. Ma non sono più centrali come erano fino a una decina di anni fa.
Salvini ha però un problema non di poco conto. Ossia, il fronte interno al partito. Tosi o non Tosi, Zaia o non Zaia. Questo processo divisionistico all’interno dei partiti, che porta alle creazioni delle varie correnti, è giusto che esista. Lo sa bene la sinistra, che è nata con le correnti al suo interno –Dalemiani, Bersaniani, Civatiani, Renziani, Cuperliani, Ciccio e Cola- . E, da qualche anno a questa parte, lo sa anche Berlusconi. Il quale, dal tragico momento della scissione di Fini, si è reso conto che anche all’interno del centro-destra unito intorno al suo leader possono nascere delle voci di dissenso. Il Movimento5Stelle, invece, sembra ancora non essersi abituato all’idea. È chiaro che ogni scissione indebolisce il partito di partenza. Ma le separazioni possono sempre essere parate.
 Ce la farà Salvini a resistere a queste dinamiche? Difficile da dire. Nel frattempo, aspettiamo l’Election Day del 31 marzo. Sperando che i prossimi dirigenti sappiano fare dei propri predecessori. Leghisti o non leghisti che siano.
Domenico Andrea Schiuma

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